Amico mio …

Amico mio

Ti ritrovo così

All’uscita del liceo.

E ti potrei raccontare di lei.

Che ancora non esisteva.

Adesso il vuoto è spesso “tanto così” che addirittura lo posso guardare senza vergogna, cioè ormai dico che essere solo è quasi bello, come questo ricordo di te in controluce, d’altronde una fotografia riuscita bene, può essere qualcosa che quando la guardo deve anche saper far male.

Dettagli e contorni sono arricchimenti.

Amico mio

anche tu (dove sarai adesso) sei rimasto in quelle sterilità che rendono impossibile un concepimento di armonia?

Ti ho visto senza parole, ancora lì, seduto sul nostro muretto, con la tua chitarra Blues, con i libri di filosofia in mano, con gli occhiali e tutto il resto, eri bello e non piangevi più, eri ad un passo dalla vita, ma la vita non era ad un passo da te, tutte quelle cure sbagliate, quelle stanze silenziose, quel sorriso irripetibile che adesso riguardo su questa Polaroid.

Amico mio che faccia da culo che avevi, mi ricordo la prima vacanza e i tuoi problemi esistenziali di non piacere alle ragazze, ti ricordi? Una sera ho anche dormito fuori per fare posto alla Biondina del bar (così la chiamavi).

Amico mio, ieri ti pensavo e ho creduto di sentirti accanto, era una giornata di quelle che il sole cerca l’ombra, come poi fanno i ricordi quando trovano un cuore, e avrei distolto anche lo sguardo dai passi della vita, oppure restituirti qualcuno dei tuoi.

Amico mio.

Come ti chiamano lassù?

(Gianluca Nadalini)