Mi hai detto …

Mi hai detto “ti amo”.

Io ho risposto “preferisco rimanere in silenzio”.

Tu hai detto “che cazzo c’entra”.

Io ho risposto “vuoi un po’ di vino?”.

Così abbiamo cominciato a raccontarci ogni cosa come doveva essere, ci siamo rilassati, ci siamo interrogati, ci siamo sfiorati le mani e i piedi.

“Il tavolo traballa”.

“Che ci vuoi fare?”.

“Non ha l’appoggio giusto, forse”.

“Manifesta la sua sincerità”.

“Manifesta che dovresti metterci un pezzetto di carta”.

“Può essere un gesto fuorviante”.

Sembravi carina e invece eri bella, io ho messo un pezzetto di cuore sotto il tavolo, proprio dove il pavimento era leggermente in pendenza, ho risolto il problema della gamba traballante, un piccolo passo di equilibrio per allineare i prossimi venti minuti, il tempo esatto per finire o ricominciare, il tempo sbagliato per cominciare o finirla lì, tra la nostra distanza fatta di pochi centimetri, sospiri sparsi e gente che passeggiava.

Lo stesso giorno, dopo circa mezz’ora altre due persone si sono sedute a quel tavolo, hanno ordinato al cameriere una bottiglia di vino e qualcosa da mangiare, il tavolo era immobile grazie a noi, che comunque qualcosa di buono l’avevamo fatta, che comunque le condizioni e le conclusioni limitano, che le convinzioni spesso riemergono e i tavoli traballano.

“Hai più pensato a noi?”

“Preferisco rimanere in silenzio”

(Gianluca Nadalini)

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